13 Ottobre 2014

Il potere delle definizioni. Identità e diagnosi in psichiatria

Già alcuni decenni or sono lo psicoanalista ungherese Geza Roheim coglieva nell’essere a “orientamento terapeutico” un tratto emergente delle società occidentali.

Nell’oggi il tema della salute psicofisica ha assunto ormai la centralità di un ideale regolativo del tessuto sociale, convocando il sapere medico in un ruolo sempre maggiore d’interpretazione e governo delle manifestazioni umane.

Il ricorso alle categorie diagnostiche della psichiatria nell’approccio alle manifestazioni del disagio ha così contribuito all’affermazione di quella specifica deriva ideologica che possiamo denominare come “medicalizzazione”.

Da specialistico quello psichiatrico ha finito negli ultimi decenni per diventare un sapere egemonico pervasivo, condizionante molte pratiche, da quella psicoterapeutica a quella educativa, dalla gestione dei servizi di cura sino alle rappresentazioni stesse del sintomo e della malattia mentale diffuse tra la popolazione.

Quali sono le conseguenze di quest’evoluzione sull’identità delle istituzioni (scuola, ospedali, comunità, centri territoriali) e degli individui stessi? Quali riflessi etici, pragmatici ed epistemologici di questo “potere definitorio” delle diagnosi che promuove marche identificatorie, condiziona procedure operative, abilita e disabilita i soggetti reificandone il malessere di cui sono portatori, espropriandoli di una competenza sull’unicità propria sofferenza umana?

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